Quattro passi nell’Aosta romana con Alessandra Armirotti
C’è un luogo nel cuore di Aosta dove basta scendere pochi gradini per fare un salto indietro di duemila anni. È il Museo Archeologico Regionale, affacciato sulla suggestiva piazza Roncas: in superficie ospita mostre temporanee e uffici, ma è nei sotterranei che si rivela tutta la sua magia.
Qui, tra mura originali, pavimenti romani ancora intatti e resti delle antiche porte della città, si può camminare letteralmente dentro Augusta Praetoria. Tra le testimonianze più affascinanti ci sono i resti dello spigolo sud-occidentale della torre orientale della Porta Principalis Sinistra, una delle quattro porte monumentali della città romana, accanto a un tratto di terrapieno rimasto intatto per secoli.
È proprio in questo scenario straordinario che ho incontrato Alessandra Armirotti, archeologa e responsabile scientifica del progetto MAIA.
Prendo il coraggio e le chiedo: cosa rende speciale MAIA dal punto di vista scientifico?
Alessandra sorride, è contenta di parlare del suo lavoro e lo fa così bene che mi riesce facile seguirla: il grande valore del progetto è quello di portare prove concrete e archeologiche a eventi storici che finora conoscevamo quasi soltanto attraverso le fonti scritte. Le guerre sulle Alpi, ad esempio, erano raccontate nei testi antichi, ma con pochissimi dettagli sulle strategie militari e sull’organizzazione del territorio. Oggi, grazie ai ritrovamenti emersi sul campo, è finalmente possibile studiare questi aspetti in modo diretto.
E non solo: il progetto permette anche di rendere visibili e comprensibili tracce che spesso passano inosservate agli occhi dei non esperti. Segni apparentemente minimi diventano così elementi preziosi per raccontare una storia più ampia e sorprendente.
Secondo Alessandra inoltre uno degli aspetti più interessanti di MAIA è il suo carattere transfrontaliero. Nel progetto non esistono siti “italiani” o “svizzeri”: esiste un unico patrimonio alpino condiviso. Ed è una visione perfettamente coerente con l’epoca romana, quando i confini moderni non esistevano e le Alpi erano attraversate da una fitta rete di collegamenti.
La collaborazione tra studiosi italiani e svizzeri rappresenta una grande ricchezza reciproca. Gli archeologi svizzeri, per esempio, vantano una lunga esperienza nello studio dei siti di alta quota, e il confronto continuo tra competenze diverse diventa un’occasione di crescita per tutti.
MAIA sta anche contribuendo a mettere in discussione alcune interpretazioni considerate per anni quasi definitive. È il caso dei cosiddetti “villaggi salassi”, presenti in Valle d’Aosta. In passato alcuni siti erano stati letti come luoghi in cui i Salassi si sarebbero rifugiati all’arrivo dei Romani, soprattutto perché vi erano stati trovati reperti attribuiti a questa popolazione.
Le ricerche più recenti hanno però cambiato prospettiva: oggi quei siti vengono interpretati come accampamenti militari romani nei quali sono presenti anche reperti di origine celtica, legati ai Seduni e ai Veragri. Un ribaltamento che dimostra quanto l’archeologia sia una disciplina viva, capace di rimettere continuamente in discussione le certezze del passato.
In fondo è proprio questo il fascino della scienza: non è mai immobile. Anche uno scavo realizzato anni fa può raccontare qualcosa di nuovo, perché cambiano le tecnologie, si affinano le metodologie e si aprono nuove chiavi di lettura.
Per Alessandra Armirotti, però, la ricerca non basta. Tutela e valorizzazione sono altrettanto importanti. Questo significa organizzare conferenze, incontri pubblici, attività divulgative, ma anche lavorare dietro le quinte per proteggere concretamente le aree archeologiche, inserendole nei piani regolatori e definendone i vincoli.
Questo lavoro non ha tardato a portare i suoi frutti: in Valle d’Aosta l’interesse per l’archeologia è forte e molto partecipato. A contribuire è probabilmente il profondo legame con la montagna: molti siti, infatti, sono stati segnalati da escursionisti, guardie forestali, guide alpine e turistiche, persone che conoscono il territorio e lo percorrono ogni giorno con attenzione e cura.
Per il futuro, Alessandra immagina un’archeologia ancora più vicina alle persone. L’idea è organizzare con MAIA eventi culturali direttamente nei siti archeologici, accompagnando il pubblico sul posto insieme a ricercatori ed esperti. Un modo per creare legami, senso di appartenenza e consapevolezza verso un patrimonio che appartiene a tutti.
Anche i nuovi punti informativi previsti sul territorio andranno in questa direzione: sarà il paesaggio stesso a raccontare la propria storia, coinvolgendo chi lo vive ogni giorno.
Perché il passato non è qualcosa di distante o immobile: è una parte viva del presente, da riscoprire insieme.







